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Auto e mobilità · Auto cinesi

Auto cinesi in Italia: cosa sta succedendo

In pochi anni i marchi cinesi sono passati dall'essere una curiosità a riempire i listini italiani. Perché crescono così in fretta, perché costano meno e cosa deve sapere chi le valuta: il fenomeno spiegato dai dati, senza tifo e senza allarmismi.

MG ZS EV, vista di tre quarti anteriore: un marchio cinese (gruppo SAIC) ormai diffuso in Europa
Foto:Cannonball walk·Wikimedia Commons·CC BY-SA 4.0

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delle nuove auto immatricolate in Italia, inizio 2026

+72%

crescita dei marchi cinesi nel 2025 sul 2024, dai dati disponibili

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marchi cinesi o a base cinese attivi in Italia, 2026

I marchi, uno alla volta

I numeri sono indicativi e vanno verificati: le quote di mercato variano per fonte e periodo. Non sono una prova diretta dei veicoli, ma una lettura dei dati di mercato disponibili.

Quanto sono cresciute, e quanto in fretta

In pochi anni le auto dei marchi cinesi sono passate dall'essere una curiosità a una presenza fissa nei listini. I dati di immatricolazione indicano per il 2025 una quota intorno all'8% del mercato italiano, più o meno una vettura su dodici, con un raddoppio rispetto all'anno prima. Nei primi mesi del 2026 il dato sale ancora, verso una nuova auto su otto.

Il tutto in un mercato italiano complessivamente in calo: la crescita cinese avviene quindi mentre il totale arretra. Sul fronte europeo l'Italia è tra i primi mercati per diffusione dei marchi cinesi, nettamente davanti a Germania e Francia, i due grandi mercati che storicamente proteggono di più i propri costruttori. La posizione esatta nella classifica varia a seconda della fonte: i numeri puntuali restano da verificare.

  • 2025: circa l'8% del mercato, quasi un raddoppio sul 2024.
  • Inizio 2026: la quota sale verso una nuova auto su otto.
  • I marchi più venduti sono MG, BYD, DR, Omoda e Jaecoo, Leapmotor.

Perché stanno arrivando

La spinta principale è la transizione all'elettrico, terreno su cui i costruttori cinesi hanno un vantaggio industriale costruito in oltre un decennio sul mercato interno, il più grande al mondo per auto elettriche. Arrivano in Europa proprio mentre i marchi tradizionali stanno ancora completando la loro offerta a batteria, e in Italia hanno saputo coprire anche l'ibrido plug-in e il full hybrid, intercettando una domanda non ancora pronta al cento per cento elettrico.

Il secondo motore è la politica di prezzo aggressiva: a parità di segmento i listini sono spesso più bassi di diverse migliaia di euro, con una dotazione di serie ricca, fatta di tecnologia, schermi grandi e sistemi di assistenza alla guida già inclusi nelle versioni base. Il terzo elemento è una strategia di espansione deliberata: reti di vendita ampliate in fretta, molti marchi che entrano in contemporanea, alleanze con realtà locali per presidiare il territorio.

Perché spesso costano meno, e il nodo dei dazi

Sul costo industriale il vantaggio nasce in larga parte dall'integrazione verticale e dalle economie di scala. Il caso più citato è BYD, che produce in casa le proprie batterie e molti componenti elettronici, eliminando i margini dei fornitori e controllando direttamente la voce di costo più pesante di un'elettrica, la batteria. A questo si aggiunge un mercato interno enorme che consente volumi altissimi e una pressione al ribasso sul prezzo delle celle.

Su questo quadro si innesta il tema dei dazi europei. Dalla fine del 2024 l'Unione Europea ha introdotto dazi compensativi sulle elettriche importate dalla Cina, in aggiunta al dazio ordinario, con aliquote differenziate per costruttore. La risposta è produrre in Europa per aggirarli: BYD sta avviando lo stabilimento ungherese, altri gruppi sfruttano impianti del partner Stellantis o siti in Turchia. L'effetto pratico è che la produzione locale aiuta a difendere i listini bassi, mentre i modelli ancora importati possono subire ritocchi di prezzo. Aliquote e regole sono in evoluzione: da verificare.

Marchi cinesi puri o badge su base cinese

Per chi compra è utile distinguere due famiglie. I marchi cinesi puri vendono in Italia con la propria identità: BYD, MG (oggi del gruppo SAIC), Leapmotor, Omoda e Jaecoo (gruppo Chery), XPeng, Zeekr e Lynk & Co (galassia Geely), e altri. In questi casi il cliente sa di acquistare un marchio cinese e fa riferimento alla casa madre per garanzia, software e assistenza.

Poi ci sono i marchi con badge italiano o occidentale su base tecnica cinese: il caso più noto è il gruppo DR, che importa e assembla in Italia vetture costruite su piattaforme cinesi vendendole con marchi propri come DR, EVO e Sportequipe. Possono offrire prezzi competitivi e una rete locale radicata, ma è importante capire da quale base tecnica deriva il modello, per ricambi, meccanica e aggiornamenti, e non dare per scontato che marchio italiano significhi auto italiana.

Cosa sapere prima di comprare

Le auto cinesi hanno punti di forza concreti, ma anche aspetti da pesare con onestà. La garanzia è spesso un vantaggio: molti marchi offrono coperture lunghe, da cinque a sette anni e oltre, ma va sempre letta la lettera del contratto. La sicurezza secondo i test Euro NCAP è in genere buona, con molti modelli recenti a cinque stelle, anche se non tutti raggiungono il massimo: il punteggio va controllato modello per modello.

I due nodi principali sono la rete di assistenza e il valore residuo. La copertura sul territorio è ancora disomogenea, soprattutto fuori dalle grandi città, e i tempi per i ricambi possono essere più lunghi che con i marchi storici: conviene verificare la presenza di un centro ufficiale nella propria zona prima di acquistare. Il valore dell'usato, infine, è il punto più incerto: per i marchi nuovi la svalutazione tende a essere mediamente più marcata, anche se i nomi più affermati si difendono meglio. Pesa molto per chi punta a rivendere presto, meno per chi tiene l'auto a lungo.

  • A favore: prezzo, dotazione ricca di serie, garanzie lunghe, sicurezza spesso a 5 stelle.
  • Da valutare: valore residuo incerto, rete assistenza e ricambi in crescita, marchi giovani in Italia.